Il Dispaccio

LA RASSEGNA STAMPA MENSILE DI TRAMA PLAZA

 

Il Dispaccio di Trama Plaza, firmato Laila Bonazzi, vuole essere un aiuto a stare al passo: una breve rassegna stampa mensile con gli aggiornamenti su moda e sostenibilità, ma anche ispirazioni pop per sentirsi più leggeri, accenni d’arte e le notizie più importanti sulla crisi climatica (quelle spiegate in modo chiaro).

IL DISPACCIO MESE PER MESE

  1. LUGLIO 2022
  2. GIUGNO 2022

1. UNA GIORNATA NEL MAGAZZINO DI HUMANA

 

Humana People to People nasce nel 1977 in Danimarca a opera di un gruppo di insegnanti della Travelling Folk High School. La no profit inizia la sua storia portando beni di prima necessità in Mozambico, finché gli viene chiesto di smettere di regalare i vestiti per non creare dipendenza in un popolo impegnato in uno sforzo di libertà e autonomia. Un momento di svolta importante. Così cambia il modello di lavoro e prende forma quello attuale: raccolta e rivendita di vestiti usati per finanziare programmi di cooperazione internazionale.

Oggi Humana People to People è presente in 45 Paesi e ha attivato oltre mille progetti di sviluppo. In Italia esistono 5 impianti di raccolta e smistamento e 11 negozi, che rivendono al pubblico gli abiti second hand raccolti.

Ecco il viaggio di un abito che potete comprare in un negozio di Humana People to People Italia.
La maggior parte dei capi vengono recuperati nei loro cassonetti in strada e trasportati nei centri di raccolta e smistamento, dove sono pesati in modo preciso, per tenere traccia delle quantità recuperate. Nel magazzino le “smistatrici” fanno prima una verifica visiva per rimuovere materiali estranei e poi suddividono gli indumenti in categorie merceologiche basate su tipologia, qualità e stagionalità dei capi. Esiste per esempio anche una categoria denominata “Tropical Mix”, con vestiti destinati all’Africa (circa 600 mila pezzi all’anno) che rispettano le usanze, il clima e i costumi locali. Questi capi vengono distribuiti attraverso canali locali, creando occupazione e non assistenzialismo.
Tornando in Italia, all’interno dello stabilimento di Pregnana Milanese dove siamo stati, dopo lo smistamento i vestiti subiscono un processo di igienizzazione, per poi ripartire verso i negozi di Humana. I capi che non possono essere venduti, sono destinati al recupero energetico (ad esempio alla produzione di materiali per il cappotto termico edilizio).
Potete trovare qui i comuni dove sono dislocati i 5 mila contenitori per donare i vostri vestiti usati.
In questi ultimi anni sono nate diverse piattaforme dove poter vendere i propri abiti e avere un ritorno economico, ma immaginate il ritorno di soddisfazione nel far parte di un progetto di sviluppo sociale che sostiene le persone e migliora l’ambiente!

(testo di Erica Brunetti, presidente Trama Plaza)

Humana-TramaPlaza-rassegna stampa

2. FIRMA PER IL SALARIO DIGNITOSO NELLA MODA

 

Nessuno di noi dovrebbe voler indossare qualcosa che inquini il Pianeta. E nemmeno che affami le persone che l’hanno confezionato. Eppure gran parte dei 70 milioni di lavoratori della filiera moda e tessile non sono pagati il giusto. Di fatto non sono pagati abbastanza per soddisfare i propri bisogni primari. Ricevono salari minimi – come decretato dalle leggi dei Paesi produttori – che sono, però, quasi sempre sotto la soglia di povertà. Per questo l’organizzazione Fashion Revolution da molti anni si batte per richiedere un “salario dignitoso” obbligatorio, ovvero una retribuzione che permetta ai lavoratori, di cui moltissime sono donne, di vivere dignitosamente insieme alle loro famiglie. La nuova campagna di raccolta firme di Fashion Revolution si chiama Good Clothes Fair Pay e ne servono 1 milione per promuovere una legislazione che costringa le aziende di moda, tessili e di calzature a fare progressi concreti sul salario dignitoso. Si può firmare cliccando qui. Le iniziative volontarie dei marchi non si sono rivelate efficaci: è tempo che sia varata una vera regolamentazione. «Quando la paga dignitosa viene calcolata da associazioni indipendenti» ha spiegato Marina Spadafora, coordinatrice italiana di Fashion Revolution, «viene constatato che dovrebbe essere di quattro o cinque volte superiore a quella minima. E l’impatto che una retribuzione equa avrebbe sui prezzi va dall’1% al 4%, un costo che ci possiamo permettere per evitare che i nostri vestiti creino fame e povertà». Quindi firmate e diffondete.

(foto © Good Clothes Fair Pay)

Good Clothes, Fair Pay

3. COME SIAMO MESSI A TRASPARENZA?

 

La nuova edizione del Fashion Transparency Index uscita a luglio non ha portato particolari buone notizie. La coordinatrice della ricerca, Delphine Williot, ha tenuto a sottolineare un punto a Vogue Business: “Questo indice non è una classifica di brand in base alla sostenibilità. Se un marchio è in buona posizione significa solo che è trasparente, ovvero che condivide informazioni su diversi aspetti della produzione”. Questa precisazione nasce dal fatto che alcune aziende hanno sbandierato la propria posizione nell’indice come prova di sostenibilità, ma non è affatto così. In generale, sono stati fatti pochi progressi dallo scorso anno. Per molti brand la filiera rimane un buco nero che riescono difficilmente a percorrere all’indietro per intero. Gli aspetti considerati nella ricerca sono decine, dal benessere animale, alla tutela della biodiversità, alle pratiche di acquisto fino a quelle di riciclo. I buchi maggiori di dati riguardano i volumi (ma quanto diavolo produciamo effettivamente?), la lista dei fornitori e i diritti dei lavoratori (qui un riassunto in comode slide).

Ne ha parlato anche Silvia Gambi nella sua newsletter, aggiungendo qualche considerazione sull’ultimo report della Sustainable Cotton Challenge. Sempre a tema cotone, segnalo il bell’articolo di Ilaria Chiavacci, che spiega come la coltivazione intensiva stia prosciugando il lago Aral in Uzbekistan. Una storia che vi suona famigliare? Ne parliamo anche noi nel monologo La vita segreta dei vestiti all’interno dell’opera GIRALAMODA, che sarà di nuovo in scena il 2 ottobre a Bologna nelle stanze di Palazzo Re Enzo, in occasione del Festival Rivestimi di Terra Equa.
E, infine, ma perché non ricicliamo ‘sti benedetti tessuti’ visto che risparmieremmo 4 milioni di tonnellate di Co2 e creeremmo 15mila nuovi posti di lavoro solo in Europa?

(foto © Fashion Revolution)

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4. UN BUON ESEMPIO DAL MONDO DELL’ARTE

 

Collaborare tra aziende e condividere buone pratiche è l’unica soluzione possibile affinché un settore produttivo diventi sostenibile. La moda non è bravissima in questo, troppo impaludata tra invidie, segreti industriali e paura della trasparenza. Due anni fa, invece, è stato il mondo dell’arte commerciale, quello delle gallerie per intendersi, a volersi dare una mossa in vista del traguardo sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile del 2030. Alcuni grandi galleristi inglesi si sono chiesti: perché non stiamo facendo la nostra parte e, soprattutto, quanto inquinano le nostre attività? Hanno quindi fondato la Gallery Climate Coalition, che oggi conta 800 membri in tutto il mondo, tra gallerie, fondazioni, artisti, fornitori di servizi, con un solo obiettivo: chiunque può diventare membro, ma deve impegnarsi a dimezzare le proprie emissioni e diventare zero waste entro il 2030. Tutti insieme, però, condividendo soluzioni provate o nominativi di fornitori più sostenibili. Ne ho scritto su Lifegate perché penso che la Gallery Climate Coalition sia un esempio di concretezza e collaborazione davvero efficace. Tra di loro c’è anche Palazzo Strozzi a Firenze, dove il 22 settembre inaugura la grande personale di Olafur Eliasson, artista in grado di sfidare le nostre percezioni e da sempre impegnato a favore del Pianeta. Mi sento davvero di consigliarla ad appassionati d’arte contemporanea e non solo (dal 3/11 ci sarà anche una sua installazione inedita al Castello di Rivoli, Torino). Nel frattempo, il Corriere ci consiglia 5 mostre per l’estate a tema ambiente.

(foto © Smoking Dogs Films, courtesy Smoking Dogs Films and Palais de Tokyo, Paris, ph. Aurelien Mole)

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5. RIPASSO DI STORIA CON QUALCHE ANNIVERSARIO

 

Se siete arrivati fin qui, oltre alla sostenibilità, siete appassionati di moda. Io non lo sono sempre stata, ma ho imparato ad apprezzarla lavorando nella redazione di un prestigioso femminile. Oggi mi piace leggere le analisi di Federica Salto, di cui consigliamo la newsletter La moda, il sabato mattina, perché riesce davvero a comunicare il suo amore per questo settore. Soprattutto, però, mi piace la storia del costume e in questo senso mi sento di suggerirvi due penne, che sui social si danno parecchio da fare per divulgare aneddoti e analisi di cosa rappresenti questo pazzo pazzo mondo che va oltre gli abiti e le borsette. Andrea Batilla, autore e consulente per aziende, e Antonio Mancinelli, giornalista e scrittore, nonché mio ex caporedattore.

Tutto questo per dire che a luglio ci sono state delle ricorrenze storiche importanti, su cui vale la pena rileggere qualcosa. I 25 anni dalla morte di Gianni Versace, un grande giro di boa per la storia della moda italiana: ha ricordato quel periodo il fratello Santo Versace sul Corriere. A Firenze, invece, sono stati celebrati i 70 anni da quello che convenzionalmente viene considerato il debutto internazionale del Made in Italy: la sfilata di moda a Palazzo Pitti del luglio 1952. Che cosa abbia significato quell’evento, di fatto la prima vera sfilata italiana, lo spiega bene Il Sole 24 Ore in questo articolo. Infine, ha compiuto 88 anni Giorgio Armani (qui una bella gallery storica su People): come sempre lo stilista si è raccontato al Corriere, unico giornale italiano a cui Re Giorgio rilascia interviste in queste occasioni. Un paio di mesi fa ha anche lanciato un sito apposito per raccontare il suo impegno per il sociale e l’ambiente, si chiama Armani Values. Una strategia di comunicazione simile a quella di Gucci e Valentino, che hanno creato portali dello stesso genere.

( foto © Federica Salto)

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6. BUONE VACANZE! VOLETE I COMPITI?

 

Luglio è tradizionalmente il mese del Plastic Free (una di quelle strambe ricorrenze che dovrebbero aiutarci a migliorare i nostri comportamenti): quindi portate in vacanza la filosofia del “senza plastica” con qualche consiglio ad hoc.

Se li avete persi, potete vedere, leggere o ascoltare:

Buone vacanze, la rassegna torna a fine settembre.

E ricordatevi di non portare a casa conchiglie dalla spiaggia, come spiega il National Geographic.

Laila Bonazzi

(foto © Volodymyr Hryshchenko)

Volodymyr Hryshchenko

1. GLI STATI GENERALI DELLA MODA (IN)SOSTENIBILE A COPENAGHEN

 

Serve a qualcosa oppure no? È dal 2009 che tutti si chiedono se l’organizzazione no profit Global Fashion Agenda riesca veramente a fare pressione sui brand di moda per una svolta a impatto positivo sul pianeta e sulle persone. La risposta non l’abbiamo certo noi, ma sicuramente segnaliamo che il Global Fashion Summit 2022 a Copenaghen ha riservato qualche sorpresa. Questo evento è una specie di riunione plenaria dell’industria moda per parlare di sostenibilità. Sullo stesso palco si sono ritrovati grandi brand, colossi del fast fashion e del lusso, esponenti della filiera, giornalisti e organizzazioni no profit. Tutti hanno ben chiari gli obiettivi da raggiungere: decarbonizzazione della filiera, circolarità dei materiali e migliori condizioni di lavoro e di salario per tutti i lavoratori (sono circa 70 milioni quelli che lavorano nella filiera moda). Già, ma come arrivarci a questi obiettivi? Se lo chiede la nostra penna di riferimento, Silvia Gambi di Solo Moda Sostenibile, che era proprio a Copenaghen a moderare un panel (brava Silvia!): cliccate qui per leggere il suo riassunto o qui per leggere quello di Vogue Business (in inglese). Tra gli annunci più chiacchierati, la collaborazione tra il colosso cinese del super fast fashion Shein e la ong The Or Foundation, che lavora molto duramente in Africa per combattere i problemi legati ai rifiuti tessili e ai quintali di abbigliamento usato spedito qui dai Paesi occidentali. Un’organizzazione serissima fondata dall’americana Liz Ricketts. Ebbene proprio loro prenderanno da Shein 15 milioni di dollari di sovvenzioni. È giusto oppure no? Tutti hanno voluto dare la propria opinione (molto contraria Livia Firth di Ecoage). Se anche si tratta di greenwashing da parte di Shein (che non ha nessuna intenzione di modificare il proprio modello di produzione), di certo The Or Foundation saprà fare buon uso di questi soldi.

2. I GUAI DELL’HIGG INDEX E IL PROBLEMA DELLE MISURAZIONI

 

L’Higg Index è una metodologia di valutazione della sostenibilità dei materiali utilizzata da molti brand di moda. È davvero molto diffuso. Beh, sta passando un brutto periodo. Dopo qualche critica sporadica, un articolo del New York Times ha riassunto le maggiori obiezioni, tra cui il fatto di favorire le fibre sintetiche rispetto a quelle naturali (che utilizzerebbero più acqua e pesticidi) e di non tenere in considerazione il trattamento dei lavoratori nelle sue valutazioni. Questo a grandi linee. L’articolo ricorda anche che, in realtà, il problema di base è la mancanza di dati approfonditi e universalmente accettati in tema sostenibilità della moda. Sembra un dettaglio, ma per un’azienda è davvero molto importante fissare degli obiettivi misurabili da raggiungere. Come faccio a sapere se sto diventando più sostenibile se non posso misurare i progressi? E se io li misuro in modo diverso da un altro brand, come possono capirci qualcosa i consumatori? Qualche considerazione sul sito di Elle Italia se volete approfondire. Non dimentichiamo che è in arrivo (con calma) anche la nuova strategia europea per il tessile sostenibile, ben spiegata qui su EconomiaCircolare.com. Sarebbe ora di avere qualche bella legge che costringa le aziende di moda a non danneggiare il pianeta e le persone? Molti pensano proprio di sì.

3. PITTI UOMO A FIRENZE: ANCHE IL GUARDAROBA DI LUI SI TINGE DI VERDE

 

Da qualche edizione la fiera della moda uomo per eccellenza si sta dedicando alla sostenibilità. Segno che, con qualche ritardo rispetto alla moda femminile, anche in questo ambito la sensibilità cresce (finalmente!). Per ogni edizione la giornalista e curatrice Giorgia Cantarini seleziona brand emergenti e sostenibili che vengono poi ospitati durante la kermesse fiorentina per farsi conoscere. È un appuntamento importante perché è una fiera dedicata ai buyer, i compratori. Ho fatto quattro chiacchiere con Giorgia per sapere chi ha invitato quest’anno in questo articolo su Marie Claire. Mentre qui su Lifegate c’è un altro riassunto di tutto il green di Pitti Uomo visto dalla giornalista Ilaria Chiavacci.

4. ISPIRAZIONI POP: SERVONO DAVVERO I CONSIGLI DELLE CELEBRITÀ PER DIVENTARE PIÙ SOSTENIBILI?

 

La faccenda è questa: sono sempre molto sospettosa quando qualche vip, cantante o attore che sia, si mette d’impegno per insegnare alle persone come vivere in modo più sostenibile. Soprattutto se la celebrità in questione viaggia su aerei privati e vive in case che consumano tanta energia quanto il Nicaragua. Parliamo della cantante Billie Eilish (contro cui non ho nulla di personale). Dopo aver sfoggiato un abito Gucci frutto di upcycling al Met Gala, ha organizzato durante il suo tour alcuni eventi di sensibilizzazione su clima e consumi, con tavole rotonde e anche swap party. Vogue Business si chiede – come me – se siano davvero efficaci queste iniziative da parte delle celebrità. Hanno qualche effetto convincente sui fan? Almeno Billie è vegana. Le diamo il punto coerenza.

5. LA BIENNALE D’ARTE DI VENEZIA: I PERCORSI GREEN SUGGERITI

 

Fino al 27 novembre si può visitare la grande esposizione internazionale dal titolo “Il latte dei sogni” sotto la direzione di Cecilia Alemani (qui una bella intervista alla prima curatrice donna italiana della Biennale). La Biennale può spaventare perché è davvero una mostra abnorme, che conta anche innumerevoli esposizioni collaterali. Se vi ci avventurate, partite dai riassunti ben fatti da Artribune per farvi un’idea: cosa vedere assolutamente e la loro classifica di top e flop, nonché tutti i leoni assegnati se siete appassionate di premi. Inoltre, segnalo alcuni articoli che raccontano le opere dedicate all’ambiente, al clima e alla sostenibilità: Repubblica ha messo insieme un percorso ad hoc (articolo su abbonamento); qui un altro mini tour con spiegazione del Padiglione Italia; l’artista sudcoreano Chun Kwang Young ha creato un’installazione di libri di scarto con architettura di Stefano Boeri; e c’è anche la prima installazione carbon neutral di Arcangelo Sassolino ispirata a Caravaggio.

6. SICCITÀ: A CHE PUNTO È LA MODA COI CONSUMI IDRICI?

 

Mi sono data il compito di inserire ogni volta almeno una notizia dedicata alla crisi climatica. Perché la moda non è un contenitore a sé stante, ma è profondamente connessa alla crisi planetaria che stiamo vivendo. In generale posso suggerire tre newsletter gratuite, scritte bene, per chi vuole prendersi l’impegno di capirne di più su ambiente e clima: Il climatariano del direttore di Lifegate Tommaso Perrone, Areale del giornalista di Domani Ferdinando Cotugno, e Il colore verde di Nicolas Lozito, giornalista de La Stampa.
La notizia di giugno è indubbiamente la siccità: come siamo arrivati a questo punto di emergenza? Lo spiega bene in questo articolo su Repubblica Antonello Pasini, fisico del clima presso il CNR (dai, è breve, leggetelo).
E non ho potuto fare a meno di pensare che la moda è un’industria estremamente assetata, con consumi idrici davvero importanti. Tanto che oltre alla carbon footprint di un capo di abbigliamento, si parla anche di water footprint – impronta idrica, ovvero si misura quanta acqua è servita per produrre quel pezzo dal campo al negozio. Secondo gli studi della Ellen MacArthur Foundation vengono impiegati ben 93 miliardi di metri cubi di acqua ogni anno dall’industria tessile tra coltivazione e produzione, un volume pari al 4% dell’acqua potabile globale. State pensando ai vostri jeans? Vero, il denim è spesso messo sotto accusa per il consumo d’acqua necessario per produrlo, ma anche l’impatto dei nostri lavaggi casalinghi non scherza. Vale la pena ricordare allora due belle storie italiane di denim sostenibile: quella della costante innovazione tecnologica firmata Candiani e l’upcycling di pezzi vintage di Blue of a Kind.

Grazie di averci seguito fino a qui. Segnalateci se leggete qualcosa di interessante che varrebbe la pena condividere. Al mese prossimo. Laila Bonazzi

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